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La Festa dei Morti nei ricordi di Rosario e Francesco Catania

di Rosario Catania – Ah la Festa dei i Morti! L’intenso profumo dei dolci, invade l’aria in questa ricorrenza che ci unisce nel ricordo ai nostri cari, ahimé defunti. La vita dei nostri congiunti viene riportata alla mente durante le commosse visite al cimitero di questi giorni.

Eppure, le grida gioise dei bambini che oggi hanno scartato o scarteranno i regali, credendoli lasciati dai parenti scomparsi, ci ricordano che la vita va avanti, continua e che dobbiamo alle generazioni che ci hanno preceduto l’esistenza che stiamo godendoci adesso.

Ecco cosa ci insegna la tradizione: nella nostra festa la vita fa pace con la morte e, intimandoci di non dimenticare chi ci ha voluto bene ma che purtroppo non c’è più, ci sprona a seguire il loro esempio: amare la vita, dimostrandolo con un gesto di affetto ai nostri bambini, ai semi che abbiamo piantato e curiamo affinché l’esistenza continui.

E guardando la gioia di quei fanciulli, quanti ricordi mi assalgono, tempi passati di quando anche io come loro godevo di quei momenti.

Ma da qualche anno, sembra che molti stiano dimenticando la nostra Festa dei Morti e, anticipando i festeggiamenti di qualche giorno, la notte del 31, si mascherano contenti di riampiazzare la loro usanza con quella celtica di Halloween.

Augurandomi vivamente che i mostruosi mascheramenti non facciano dimenticare le nostre tradizioni, propongo un articolo, apparso nel 2007 sul «Gazzettino del Sud », di mio padre, il prof. Francesco Catania, gran cultore e cantore delle tradizioni siciliane e di un tempo che non c’è più.

Lo riporto fedelmente qui, per  fare rivivere momenti di gioia a chi bambino quelle tradizioni le ha vissute, e per tramandare la memoria storica alle generazioni di oggi, affinchè difendano il loro patrimonio culturale per quelle di domani.

E voglio riportarlo qui, per onorare la figura di mio padre, che avrebbe concordato con me su questo pensiero: dimenticando le nostre radici, dimenticheremmo anche fin dove vogliamo arrivare.

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Da «Il Gazzettino del Sud»:

La notte tra l’1 e il 2 novembre passava tra le trapidazioni dei bambini che aspettavano i regali lasciati dai cari defunti, la credenza poi diventava delusione, attenuata però dall’attesa di nuovi doni.

«A’ Chiazza ‘e Morti», quei giocattoli poveri ma belli che riempivano le tavoli con i dolci e la frutta.

Me lo chiedono in tanti, anche da lontano; vecchi concittadini che vogliono rivivere, leggendo, alcuni dei giorni più belli della loro puerizia. Il “giorno dei Morti”, ” ‘a chiazza ‘e morti”, “i cosi dei morti”. Quanto sono cari i ricordi della nostra fanciullezza! Una delle delusioni più grandi della mia vita fu quando mi spiegarono che cosa era e cosa significava ” ‘ chiazza ‘e morti”. Sì, lo desideravo sapere, invidiavo quelli che lo sapevano e che non volevano dire e che si consideravano maturi, quasi avessero conseguito la patente di uomini già consapevoli delle vicende della vita. Finalmente lo seppi con difficoltà e con un doloroso baratto. Mi fu suggerito di stare sveglio la sera che precedeva il giorno dei Morti, di fingere di dormire, di guardare e ascoltare. Finsi di dormire, guardai di sottecchi e ascoltai. Sentii trasmestii e i sussurri della stanza vicina. Da uno spiraglio vidi mamma e sorelle darsi da fare attorno alla tavola. Belli e allettanti quei cumuletti di frutta secca – castagne, noci, mandorle – quei rotoli di fichi secchi, quei vassoi di “nucatole”, di “nzuddi” di “mastazzola”, di “rame”, la mostarda fresca e la cotognata! Ed ancora “alosi”, oggi chiamati cachi,   i “ranatu”, oggi melograni. Quanta roba per un bambino solo!
A proposito di “alosi” e della loro dolcezza, la mia vecchia vicina recitava: “Quannu ‘u me occhiu supra a tia si posa/ duci mi pari comu u fruttu alosa!”. E a proposito del melograno, diceva: “Cunta li cocci di lu ranatu ppi sapiri u distinu ca Diu ti ha datu!”. Sì, perché, essa diceva, se i grani sommati davano un numero pari, avremmo avuto una vita felice, se dispari una vita piena di disgrazie. Io non sono riuscito mai a contarli, neanche da grande. Volete provarci voi?
Tra la frutta ed i dolci spiccava il giocattolo. Poveri giocattoli di un tempo, il cavallo a dondolo, la biciclettina a due ruote, trombette, soldatini, e poi, andando avanti, il fucile o la pistola con i fulminanti, l’automobilina, il trenino di latta. Poveri, ma  belli, come i giovani di un vecchio film degli anni Cinquanta.
Tornai quella sera a letto quasi piangente. E allora, non erano i Morti? Non erano mio padre, mio fratello, mio nonno? L’indomani non volevo quasi andare al cimitero. Chi dovevo ringraziare? Finsi di niente per qualche anno ancora per non addolorare i miei e anche – perché no, la delusione passa presto – per essere ancora gratificato di quei dolci, di quella frutta e di quei giocattoli. Invero, la gioia di noi fanciulli era anche la gioia di genitorie parenti. È la gioia di chi dona con il cuore.
La mattina del giorno dei Morti, la città risuonava di grida e suoni da prima che il sole spuntasse. Anche la vecchina che abitava accanto pensava a me: “Veni, Ciccinu guarda cchi ti misiru i morti ni mia”. E mi dava qualche dolcetto, uva passa, un carrettino con cavalluccio. La sera, poi, essa voleva che recitassimo tutti insieme il rosario dei morti. Per ringraziarli, lei diceva il Rosario alla siciliana, tipo “Requie eterna” ‘e domine…”. Al termine, donna Angela entrava furtivamente in casa e poi ricompariva con una bottiglia polverosa. “È ‘u vinu di l’ultima mia vinnignata a Sanlunardeddu, nov’anni fa”. Un po’ dolciastro, ma buono.
Oggi la festa dei Morti per i fanciulli non c’è più, sopraffatta da esotiche e moderne usanze. Essa, però, rimane nel cuore e nella mente di chi, in giorni assai lontani, l’ha vissuta con tanta gioia e godimento.

(Francesco Catania, in «Il Gazzettino del Sud» di Giuseppe Vecchio, n. 2401, 30 ottobre, 2007)

 

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