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Giustizia, in Appello sentenza di revisione favorevole per Santo Giammona Vittoria su tutto il fronte degli avvocati Maria Donata Licata ed Enzo Mellia

 

bilancia e martelloSanto Giammona, classe 1941, non è un affiliato di “cosa nostra”. Lo ha stabilito una sentenza di revisione pronunciata a marzo scorso – da qualche giorno irrevocabile – dalla Corte d’Appello di Reggio Calabria. Giammona, ragioniere commercialista apprezzato e conosciuto a Catania, veniva arrestato la notte del 7 luglio 2005 e tradotto in carcere. Era accusato, sulla scorta di alcune conversazioni ambientali di concorso in estorsione aggravata e partecipazione ad associazione mafiosa. Il Tribunale della libertà annullava, subitaneamente, l’ordinanza di custodia in carcere. Il processo, però, si sdoppiava in due tronconi, pertanto l’imputazione di associazione mafiosa (congrega riconducibile, secondo l’accusa, a Francesco La Rocca, di recente deceduto) veniva decisa dal Tribunale di Caltagirone e quella di estorsione dal Tribunale di Catania. Il Collegio calatino condannava Giammona alla pena di anni otto di reclusione, confermata dalla Corte di Appello catanese. Il Tribunale di Catania assolveva, invece, il Giammona dal reato di estorsione. La Corte di Appello ribaltava, in data 9 giugno 2011, l’assoluzione in pesante condanna: anni dodici. Poi, a seguito di annullamento disposto dalla Corte di Cassazione, veniva sancita la definitiva assoluzione del Giammona per il reato di estorsione. Essa era stata posta in essere ai danni di un cliente dello stesso commercialista. Si stabiliva, con certezza, che il professionista aveva agito nell’interesse della vittima. Giammona, in buona sostanza, era stato incaricato proprio dall’imprenditore di pagare i mafiosi. Costoro vessavano il commerciante che era titolare di una catena di supermercati. In questa paradossale girandola giudiziaria non può sottacersi che il Tribunale Misure di Prevenzione di Catania respinse sia la misura di natura personale che quella di tipo patrimoniale, richieste dal Pubblico ministero. In una condizione siffatta, Giammona, divenuta definitiva la condanna per mafia, scontava, in ragione della concessione del beneficio della liberazione condizionale, la pena di anni sei e mesi sei, parte in carcere e parte in regime di detenzione domiciliare per un corteo di gravi malattie che lo rendevano, financo, non vedente. Orbene, in forza delle nuove dichiarazioni di taluni collaboratori di giustizia e della sentenza assolutoria per il delitto di estorsione, Santo Giammona proponeva istanza di revisione innanzi la Corte di Appello di Messina. Tuttavia, la domanda veniva rigettata. La Corte di Cassazione annullava il provvedimento dei magistrati messinesi e investiva la Corte di Appello reggina che, in accoglimento degli argomenti prospettati dagli avvocati Maria Donata Licata e Vincenzo Mellia del Foro di Catania, statuiva, definitivamente, l’innocenza dell’anziano commercialista che, nel corso degli anni, ha perso libertà, salute, studio professionale ed estimazione sociale. Adesso, però, la Giustizia gli ha restituito la dignità.

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